De Luca, nella sua ultima produzione si immerge nell'antica realtà dei Sassi [della città di Matera], studia la loro metamorfosi, li legge, li analizza con cura e trasferisce lì le sue figure, togliendole da quel palcoscenico letterario un po' shakespeariano un po' pirandelliano nel quale le aveva relegate da tempo, trasferendole su un palcoscenico senza orpelli ricavato nella realtà quotidiana. Una sorta di teatro greco dove novelle Elettra e rinate Clitennestra, silenziose Ifigenia e quiete Menadi denunciano in un silenzio quasi agghiacciante solitudini e angosce. Mostrano il bisogno di ritrovare verità che nessuno ha voglia di rivelare.
Chi lo conosce sa che De Luca si muove da sempre come se giocasse con strani, originali graffiti, dà alle sue opere un corpo materico robusto, inconfondibile, e sa che da anni ha istillato nei suoi personaggi lo sguardo stupito e innocente di un bambino. Grandi occhi spalancati su un mondo dove il colore gioca su un pentagramma di toni di colore mai troppo accesi. Mai ridondanti. Solo rare volte un fiore si tinge di un rosso vivace, una ciliegia si accende - ma è solo un punto sulla tela - come un segnale di richiamo: quando accade significa che l'artista vuol comunicare una sensazione, inviare un messaggio più forte, diretto. In una difesa di valori profondi da consegnare al mondo: scoperta intellettuale, scintilla di vita, felicità intessuta di piccole cose, dubbi e incertezze. Vuol sottolineare con un racconto breve, eccezionale, inserito nel lungo racconto che lui imposta da anni e da anni dipana sulle sue tele, la forza di un messaggio carico di speranza.
Chi non ricorda il De Luca dei palloncini che fuggono perdendosi in un cielo cinerino che vira al celeste? O quello dei personaggi intenti a vivere immersi in una natura che - sia sulla spiaggia di un mare di onde polverose, sia in una campagna di fieni tagliati e carichi di sole - ha sempre un ruolo di primo piano, come una sorta di io narrante. E nessuno dimentica il De Luca dei teatri, burattini e burattinai, maschere della Commedia dell'Arte; siparietti alla Bertold Brecht che permettano di capire che il teatro è finzione, è replica della vita reale; e ancora arlecchini che poco hanno delle smancerie di Marivaux o delle iperattive curiosità del Goldoni, ma semmai serbano dentro e mostrano, una sorta di malinconia o di rassegnazione picassiana. Una tristezza da girovaghi della memoria. Di esseri sperduti nel tempo alla ricerca di uno spazio metafisico dove potersi sistemare a modo loro. Dove le maschere di questi teatranti del colore diventano specchio di un volto ignoto, o nascondiglio per un volto noto.
De Luca gioca con queste sue creature affidando loro simbolismi inquietanti: i dialoghi con la luna, che diventa una straniante dea bianca fissata alta in un cielo di nubi che corrono via su itinerari misteriosi, per un dialogo d'ombre e luci; e usa la notte come una sorta di grande tenda sotto la quale raccogliere e nascondere una umanità abbandonata in un riposo che è come un grumo di vita accolto con discrezione in un guscio di solitudine.
Ma parlavo di antropologia e di ricerca: dalle prime tele a queste ultime tutte giocate sulla scoperta dei Sassi e sull'uso dei medesimi come palcoscenico di vita quotidiana, De Luca ha cancellato dai suoi personaggi quell'infantile innocente meraviglia che avevano dentro. Ha cancellato un po' della loro primigenia innocenza senza togliere loro la limpidezza dello sguardo, anche se questo si è appena appena incupito. Come se dentro ognuno di loro fosse affiorato all'improvviso il ricordo di una sorta di peccato originale. E' evidente che in quest'ultima stagione l'artista ha elaborato qualcosa di molto importante, di profondamente analitico, nello sviluppare la sua arte, nel passare dall'innocenza pura della vita a tu per tu con la natura, per approdare al volto e la maschera del teatro e infine per soffermarsi, in questa sua ultima raccolta, nel mondo scabro della roccia scavata, a significare uno status diverso, più affannato nella realtà delle sue creature: ha operato una metamorfosi mutando non i personaggi, ma piuttosto la scenografia dentro la quale li ha inseriti.
Insomma: il sorriso delle prime opere è sparito, nel filone dedicato al teatro sono poi sparite anche le illusioni e i palloni, messaggi spediti verso un cielo sempre benevolo e sereno, ma quello che è cambiato ora in maniera radicale, dando a ognuno dei dipinti una carica meditativa e una forte inquietudine, è il paesaggio: l'estate raccoglie spighe di grano ricche di sole, ma ha alle spalle un rudere fatiscente, e nella tela intitolata 'L'albero del vicino', l'albero fugge, coi rami mozzati, fuori dalla finestra di un rudere, e un cane scuro ha una sorta di mordacchia che gli serra la bocca, mentre la ragazza che tenta distratta di carezzarlo, ha pensieri che vanno molto oltre l'orizzonte delimitato dalla scena nella quale l'artista stempera l'angoscia con l'aggiunta quasi timida di alcuni alberi di pesco fioriti. In 'La strada' la solitudine di due donne che si voltano le spalle, come in un distacco, si perde fra mura squadrate come fortezze, mentre in un angolo, al buio, quasi vergognosi, due amanti si stringono in una immobilità che sembra voler perpetuare all'infinito un attimo di comunione.
C'è una tela che è una sorta di lungo racconto pieno di sortilegi e di fantasie: raffigura un paese immerso nella nebbia dove tutto assume l'aspetto di una fantasmagoria e i personaggi che lo animano, anche qui tutte donne, appaiono in realtà come inanimati. Soli. Incapaci di comunicare. E' interessante vedere come in questo dipinto l'artista gioca con il rosso di una sottile collana di corallo e con il vestito di una delle donne accompagnata da un cane nero, immergendo questi due sprazzi di colore in un pallido grigio di nebbie impastato di sfumature celesti e azzurre. Siamo lontani dalla solare vitalità di un tempo. E i grandi occhi non sorridono più. Hanno assunto un aspetto perplesso, consapevoli che il gioco del vivere non è sempre luce. E sono spariti i bambini e i loro aquiloni per lasciar posto a uno stuolo di femmine impegnate a inseguire, in una sorta di immobilità da favola, fantasie che galoppano via ma che a noi non è dato di sapere.
Altra cosa che si è sviluppata prepotente in questa ultima serie di dipinti e che affascina per l'interesse che desta, è l'acqua: l'acqua che scorre, l'acqua che trabocca versata da ciotole e scivola come miele, l'acqua del fiume del 'Paese del silenzio' che fugge via fra macerie di case e femmine mute, mesmeriche, ma dove non si incontra mai, come accade invece nella poesie di Caproni una 'donna china' che canta 'sopra l'acqua che passa'. Qui nessuno canta. Nessuno ha voce. Ed è ancora acqua che scorre quella che sgorga dal grembo femminile di una figura possente che custodisce un paese addormentato, o quella della vita, contenuta in una ciotola cullata da una madre consapevolmente prigioniera del suo destino di donna. Ma più come una condanna che come una gioia.
Ecco: l'acqua, e con lei un retroterra di ruderi e sassi, uno scenario carico di un senso di inquietudine profonda, una ricerca del perché delle cose, 'fanno' quel mutamento antropologico che ci affida la nuova realtà in cui si muove la ricerca di De Luca e che, a tratti, ha momenti di grande sgomento e di grandi interrogativi, specialmente in opere come 'I custodi del Monterrone', o come 'Solitudine', dove gli occhi del bambino sovrastato da una parete di roccia e ormai incapace di giocare con il suo cavallino a dondolo, esprimono, forse per la prima volta in maniera così drammaticamente inequivocabile in un'opera di De Luca, la disperazione esistenziale.
Una delle prerogative più attraenti dell'artista è che gioca con il colore con una sorta di delicata prepotenza, lo manipola, lo scarnifica quasi, lasciando sulla tela solo il prodotto ultimo, sempre di estrema essenzialità. E contemporaneamente, come in una sorta di scontro fra essenze creative, accumula strati di materia che con una accorta lavorazione conducono al principio del graffito e dell'affresco, cosa questa nella quale è sempre stato maestro. Soprattutto per il fatto che - come dicevo - le due realtà, materia e colore, si scontrano con forza prima di amalgamarsi in un unicum creativo. Una carica di positivo e negativo capace di inventare grandi emozioni. E' questo scontro-incontro fra l'essenzialità del colore e la ridondanza della materia, questa collusione di contrasti, questo muoversi fra vuoti e pieni che inventa lo stile di De Luca, che dà una forza sempre nuova alle sue opere che oggi mi sembrano molto più incisive, molto più propositive e solide di quelle di alcuni anni fa.
C'è, in questo felice periodo artistico, una nuova stagione carica di proposte, e si intravede netta una nuova ragione per proseguire in questa ricerca carica di realtà nuove e ricca di aspettative. Non è possibile ignorare che questa fase creativa somiglia sempre più, tela dopo tela, a uno studio analitico profondo della solitudine dell'uomo moderno. Insomma, De Luca affronta il terzo millennio con le angosce del nostro tempo, ma contemporaneamente veste queste angosce con una sorta di velata speranza. Le arricchisce di un pensiero fatto di cose da costruire con pazienza e fiducia. Pensieri da difendere e da portare avanti.

. Le sue creature, mute, cercano il cielo, vagano in mezzo ai colori, agitano le loro menti in abissi di solitudine senza parole. Tessono una tela che spetta a noi dipanare come novelli Teseo senza filo di Arianna e senza la sfida agli dei sulle ali di Icaro. C'è infatti un dibattito fra umano e divino, dove le creature della terra tacciono ma mostrano le loro oppressioni e c'è il silenzio del divino, che mostra solo la sua irraggiungibilità, in queste nuove tele, dove l'uomo è schiacciato nel suo silenzio sotto un cielo lontano, verso il quale cerca di andare emergendo dalla maternità delle acque, sovrastato da una muraglia di roccia senza via d'uscita, mentre il suo palloncino - ecco che lo si ritrova il palloncino, ma in un dimensione molto più drammatica - vola dirigendosi verso un avaro spicchio di cielo che appena si intravede affacciato fra le rocce. Un palloncino come una luna opaca, irraggiungibile. Lontana quanto basta per crederla un altro mondo. Non saprei proprio quale altra lettura dare a 'Via nell'alto dei cieli', una delle tele più incisive di questa raccolta, che inconsciamente mi richiama alla mente, per disperazione, il cane che annega in un dipinto di Goya.
Cromie, positure dei personaggi, materiali, composizione del racconto impastata in una attenta distribuzione del colore, immergono le opere in una sorta di straniamento recitativo. Non si tratta più di vivere, ma piuttosto di rappresentare la vita nei suoi momenti più complessi, o in quelli meno visibili. Si viaggia con personaggi quasi immobili in un tempo immobile, dove tutto è regolato con una grande capacità tecnica e dove sentimenti, reazioni, pensieri, azione sono prigionieri in una sorta di replica del mondo come lo sente l'artista: strade che si incrociano fra sassi erranti e sentimenti nascosti, cieli grigi di nuvole infinitamente alte, lassù; terra avara, scabra, incolta, disanimata, ungarettiana: una chimera di terra riarsa che è il risultato di un impasto cromatico che a tratti somiglia a una malattia di vivere per la quale non esistono vaccini, solo un esito esiziale ineluttabile. Il gran teatro di De Luca, quello delle opere precedenti, qui si amplia, si allarga alle fantasie più inaccessibili, ai pensieri più nascosti e inventa una sorta di tragedia a colori nuovissima e al tempo stesso antica come l'uomo. Sopra tutto questo, infatti, si avverte il Fato, così come lo voleva Euripide: grumo d'esistenza al di sopra di ogni altra esistenza, fuori dalle leggi del creato e da quelle del divino. Signore di tutto. Le donne, il mondo di donne sole che l'artista mette in scena sui fondali dei Sassi, diventano allora mitologiche realtà che ripetono antichi riti e rinnovano miti secolari. Ed ecco perché l'acqua, quella 'udor' greca dalla quale scaturisce la vita e grazie alla quale si possono celebrare i misteri: è il liquido amniotico del mondo prenatale, dal quale trae origine l'esistenza: cuccia calda e sicura verso la quale, eludendo la morte e il senso di sgomento che desta, l'uomo vorrebbe tornare.
Chi l'ha detto che gli artisti corrono verso il domani senza preoccuparsi di quello che la gente ha avuto sulle spalle in passato? De Luca sa che sui muri d'Atene si tracciavano graffiti per raccontare storie che tutti dovevano conoscere, sa che sui muri di Roma imperiale, della Londra di Cromwell e nella Parigi di Robespierre si stendevano affreschi ricchi di figure di inquieti personaggi legati al tempo e alla cultura del momento. Gente in rivolta. Così lui, oggi, ben conscio del passato, cerca di illustrarci un presente dove i pensieri sono nascosti in una sorta di autodifesa, l'anima e la ragione cercano scampo, minacciate dalla luce impietosa di una storia nuova fatta di altro dolore, di incertezze, di terrore, di inevitabili solitudini. E scrive un monologo a colori dove l'ansia di capire e di capirsi, di incontrarsi e di dialogare, è il messaggio più chiaro che attecchisce fra le rovine dove occhieggia una rara speranza: una rosa rossa con le spine.
Non è così la lucida disperazione di Omar Khayyam che scrive 'solitudine bene veramente divino'?

Insomma, è un De Luca più forte, più propositivo, ricco di una grande capacità evolutiva e creativa questo delle donne inquiete e inquietanti che ci racconta una storia diversa. Che ha lasciato lontano l'idillio di una giovinezza d'aquiloni e la serenità di una infanzia ricca di favole, per evolvere nel racconto di una umanità che si era illusa di avere superato per sempre l'età del male. E invece.

Umberto Cecchi
tratto da "Donne, acque, sassi e solitudine. Il silenzio del terzo millennio"
 
 
 
 
La toilette, 2010
pastello su tavola - 100x100

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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